Islanda e ambiente, un confronto con l’Italia

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Islanda e ambiente

Islanda e ambiente nella seconda parte del’intervisra a Renè Biasone che è team leader delle aree protette islandesi.


Biasone: Nel mio immaginario (non vivo in Italia da 15 anni) l’Amministrazione pubblica italiana, come quella di tante altre grandi nazioni, sembra più complessa, attuata su più livelli (comunali,provinciali, regionali e statali). Credo che sia difficile incrociare in un Parco nazionale italiano una persona con pala e piccone intento a riparare un sentiero con l’uso delle pietre locali, e poi ritrovare la stessa persona, il giorno dopo, a presentare una relazione di consulenza presso la Commissione ambiente del Parlamento, per esempio, sul nuovo Disegno di legge sulla gestione delle Aree protette. Questa è la sintesi del mio lavoro.

D-Come è organizzato il sistema dei Parchi islandese? Quali sono le sue caratteristiche territoriali, ambientali, sociali, finanziarie, amministrative?
R. Anche se l‘Islanda ha solo 325mila abitanti è tuttavia una grande isola di oltre 102 mila chilometri quadrati, (oltre un terzo dell’Italia). La mia agenzia gestisce 111 Aree protette su un totale di 1146, sparse su tutto il territorio nazionale. Oltre alla mia agenzia ci sono due Aree protette indipendenti, il Parco nazionale di Thingvellir e quello del Vatnajökull. Anche l’Area marina di Breiðafjörður è gestita da una Commissione che fa capo al Ministero dell’ambiente.
Dal punto di vista italiano sembra tutto molto semplice, ma qui in Islanda molti criticano il fatto che ci siano ben quattro istituzioni a gestire le Aree protette. Le nostre Aree protette sono classificate con le categorie dell‘IUCN (Riserva naturale, Parco nazionale, Monumento naturale, Area di protezione di habitat e Paesaggio terrestre/marino).
Inoltre, ci sono Aree protette secondo l’articolo 37 della Legge sulla protezione della natura: purtroppo queste Aree sono ancora quasi tutte da mappare e poco si è fatto per proteggerle. Infine ci sono delle Aree di importanza naturale registrate nella Náttúruminjaskrá (il Registro delle Aree naturali – circa 500 Aree). Questo registro fu pensato nei primi anni Novanta come un mezzo per dare priorità all’istituzione di nuove Aree protette, ma il registro è stato soppiantato da una lista breve di Aree a cui dare priorità, redatta dal Ministero ogni cinque anni.
Insieme al mio dipartimento ogni anno redigiamo il rapporto sullo stato delle Aree protette, e, a cadenza biennale, anche la Lista Rossa delle Aree a rischio.
Com’è noto in Islanda non ci sono foreste naturali bensì poche e piccole aree boschive piantate negli ultimi decenni. L’Istituto del Servizio Forestale si occupa più che altro del programma di rimboschimento, piuttosto che quello di protezione. Un altro istituto islandese è quello della Protezione del suolo.

D-Secondo la percezione italiana, i presupposti sociali della tutela sono molto più sviluppati in nord Europa che da noi. Lei conferma questo dato? Ed eventualmente quanto, come e in quale modo si esplica il ruolo attivo dei cittadini islandesi per la tutela della natura?
R. È vero, nel nord Europa i presupposti sociali della tutela ambientale sono più sviluppati che in Italia, ma possiamo dire con tutta franchezza che l’Islanda fa eccezione. E lo dico a malincuore.
Nonostante in Islanda ci siano almeno una dozzina di associazioni ambientaliste, che insieme raccolgono migliaia di iscritti (ricordiamoci di moltiplicare per 200 per fare un paragone con l’Italia) i governi islandesi hanno da sempre investito pochissimo nella protezione del territorio e della biodiversità. Negli ultimi 20 anni la spesa dei governi nella protezione ambientale non ha mai superato lo 0,15% del prodotto interno lordo. Se consideriamo che per il 2014 il PIL è stato pari a 8,2 miliardi di euro, si evince che lo Stato investe nella protezione ambientale 12,3 milioni di euro.
Ora ci verrebbe voglia di moltiplicare per 200… ma ricordiamoci che la superficie dell’Islanda è 102mila kmq, cioè un terzo dell’Italia. Quindi dovremmo moltiplicare per tre per paragonare l’investimento annuale islandese a quello del territorio italiano. Il che equivale a 37 milioni di euro.
Credo sia proporzionalmente molto meno dell’Italia.
Il motivo principale per cui i governi non vogliono investire nella protezione ambientale è semplice: andrebbe in conflitto con altri tipi di interesse, lo sfruttamento delle risorse energetiche (centrali geotermoelettriche e idroelettriche). La storia recente dell’Islanda si è macchiata di un crimine enorme contro la natura: la costruzione della diga più grande d’Europa, nel cuore di uno degli ambienti più incontaminati che si potevano trovare all’epoca in Europa. Un lago artificiale ha distrutto e sommerso il canyon più bello e più grande d’Islanda, decine di cascate, l’habitat di due fiumi glaciali per decine e decine di chilometri. Un progetto folle, costosissimo, inutile, anzi dannoso, per l’economia islandese. Il progetto Kárahnjúka. I Ministeri dell’ambiente e dell’economia di allora hanno fatto letteralmente carte false per realizzare questa cattedrale nel deserto (gli inglesi lo chiamano un elefante bianco): hanno addirittura cambiato i confini di una delle riserve naturali più incontaminate d’Islanda per costruire la diga. I media, ovviamente in mano ai banchieri e ai politici, hanno fatto il classico gioco che conosciamo anche in Italia, hanno dipinto chi protestava come hippies drogati e quando la protesta si è fatta rovente li hanno bollati anche come facinorosi e terroristi. Il sistema è usato ormai ovunque, e funziona benissimo in ogni società. Questo è un esempio di 12 anni fa. Poi è arrivata la crisi economico-finanziaria, ma adesso le lobby stanno tornando di nuovo alla carica. Il piano di protezione e sfruttamento delle risorse energetiche, è stato di nuovo stravolto, e il governo ha messo sul tavolo di lavoro la costruzione di ben 20 centrali energetiche, tra cui 8 pianificate in aree già dichiarate da proteggere. Questo è solo un esempio.
Le centrali elettriche costruite nel cuore di zone selvatiche incontaminate distruggono il paesaggio anche perché comportano la costruzione di strade e soprattutto di grosse linee di alta tensione per il trasporto dell’energia, per centinaia di chilometri.
Cosa ne pensano gli Islandesi? Cercano di non pensarci….
Potrei dilungarmi con riflessioni antropologiche sui motivi della scarsa tutela della natura. Basterebbe parafrasare la spiegazione di un antropologo sul motivo per cui le popolazioni di Innuit che vivono sulle (povere) coste orientali della Groenlandia, quando vanno a caccia di foche o di uccelli, di solito non risparmiano nessuna preda in cui si imbattono. L’idea “Europea” romantica per cui certe popolazioni cacciano solo le prede che riescono a consumare interamente (in una sorta di uso sostenibile delle risorse, ante litteram) è totalmente fuori luogo per le popolazioni Innuit: da sempre non si sono mai potuti permettere il lusso di poter lasciare andare una preda. La lotta per la sopravvivenza nel corso dei secoli, ha plasmato la loro mentalità: dato che non so se riuscirò a passare l’inverno, adesso devo cacciare il maggior numero di prede possibili. Ecco allo stesso modo ragiona l’Islandese: “del doman non vi è certezza”. Anche se in realtà, l’epoca dei vichinghi/pastori che vivevano nelle case scavate nella terra e coperte di torba e spesso pativano la fame nei mesi invernali, sono ormai un ricordo… la mentalità del tutto-subito è ancora impressa nella loro indole….


D-Come è organizzata la promozione delle Aree protette? Esiste un sistema unico che uniforma normative e procedure? Esiste una linea di comunicazione comune ai vari Parchi? Che tipo di messaggio offrite ai visitatori?
R. In Islanda non abbiamo un sistema unico di promozione delle Aree protette. Gli istituti che si occupano della parte sia burocratica che di quella pratica della gestione delle Aree protette, come www.ust.is, www.thingvellir.is, www.vjp.is, cercano di offrire un messaggio improntato alla mera protezione di queste aree: informazioni sulla fragilità degli habitat, della flora e delle formazioni di minerali. Facciamo campagne per lo sviluppo di un turismo sostenibile, con l’intento di minimizzare l’impatto del turismo sull’ambiente.
Spesso dobbiamo fare campagne per sottolineare l’ovvietà, come quella di ricordare le leggi sul comportamento nelle Aree protette e nell’ambiente naturale in generale. In Islanda per esempio è vietato guidare fuori dal sistema viario (la guida off-road è un reato penale), per via dello scempio che crea nel paesaggio islandese, molto delicato.