Il ghiaccio contiene il mistero dell’effetto serra

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La concentrazione di CO2 nel ghiaccio

La concentrazione di CO2 nel ghiaccio è la prova di come stia cambiando il clima. Il rapporto tra CO2 ed effetto serra è stato dimostrato da un metodo basato su un prelievo di ghiaccio dalle calotte polari. In queste si trovano delle minuscole bolle d’aria che sono un vero e proprio archivio dell’aria delle epoche passate. Le bolle contengono – in misura variabile – dell’anidride carbonica.

Un lungo lavoro

Naturalmente per arrivare a questo risultato gli scienziati hanno lavorato a lungo e, come abbiamo scritto, sono state sviluppate diverse teorie scientifiche. Un inizio di quest’attività di ricerca si può far risalire agli anni ’60. Da allora le inclusioni di aria nei nuclei di ghiaccio hanno suscitato interesse come campioni naturali dell’atmosfera antica. I ricercatori di allora osservavano che se la concentrazione di CO2 nel ghiaccio varia nel tempo si avrebbero i mezzi per testare la teoria dell’effetto serra sui cambiamenti climatici. E in effetti dal 1960 al ’70 vennero effettuati diversi tentativi di registrazione di gas da campioni di ghiaccio. All’inizio però i risultati delle rilevazioni mostravano delle concentrazioni inspiegabili di CO2. Questa, talvolta, risultava addirittura dieci volte superiore a quella dell’atmosfera di oggi. Cosa impossibile. Il sistema allora sembrava finito su un binario morto. Ma, si sa, la scienza procede a zig zag. E infatti…

Capovolgimento: come è stata misurata la CO2 nel ghiaccio

Quando tutto sembra perso magari c’è un capovolgimento. E la risposta si ebbe dagli studi sulla chimica del ghiaccio polare. In particolare a Grenoble (Francia) un gruppo di scienziati capitanati da Robert J.Delmas stava studiando la pioggia acida che stava devastando le foreste dell’Europa settentrionale. Il gruppo sospettava che causa di tali piogge fossero le emissioni industriali di zolfo. E allora sviluppò una tecnica per misurare l’acidità del ghiaccio. Il fine era anche di evitare distorsioni da parte della CO2 atmosferica. Gli scienziati scoprirono che il ghiaccio si tingeva di acido solforico derivante dai composti dello zolfo emessi dal plancton. Se un campione di ghiaccio conteneva polvere di carbonio la fusione del ghiaccio consentiva all’acido di reagire con il carbonato. E questo potrebbe produrre ulteriore CO2. Ecco perché nelle bolle d’aria si trovava un valore così alto di CO2. E questo confondeva le misurazioni della CO2. Tutto spiegato dunque. L’idea di Delmas e colleghi fu testata con un sistema di estrazione a secco che evitava lo scioglimento del ghiaccio. Si rilevò allora che per il ghiaccio depositato circa 20.000 anni fa (ultimo periodo glaciale) i livelli di CO2 erano molto più bassi degli attuali. In definitiva le previsioni di Arrhenius sono state confermate. E la ricerca su queste basi può procedere ancora. Go ahead!