Quante emissione di gas alterante emette il tuo cibo? Te lo dice l’etichetta.

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Abbiamo affermato e dimostrato in numerose occasioni che è urgente ridurre le emissioni di GHG/gas effetto serra/gas clima alteranti. Per far questo sono stati escogitati numerosi sistemi come, ad esempio, lo sviluppo tecnologico, l’efficientamento energetico e l’incremento nell’uso delle energie rinnovabili. Ma c’è un altro sistema che potrebbe dare una mano e cioè modificare la dieta umana cioè migliorare – passatemi il termine – quello che mangiamo. Facciamo un passo indietro:  le attuali diete vegetariane o vegane stanno cominciando a essere valutate come utili per ridurre le emissioni di GHG. Bisogna allora fare in modo che la gente sia sempre più orientata a consumare – per dire – verdure anziché carne rossa. Uno strumento è quello di introdurre delle formule di carbon tax che rendano per le imprese più conveniente produrre con tecnologie, processi, materie prime  e trasporti che hanno un minore carbon footprint (cioè il totale dei gas serra CO2, CH4 metano, N20 HFCS generati da un prodotto per tutto il suo ciclo di vita). Ma non basta. Gli scienziati sociali stanno studiano e verificando quali azioni possono cambiare il comportamento per esempio di acquisto del cibo orientandolo verso una minore emissione di GHG. Uno dei sistemi – secondo due ricerche svolte da A.R. Camilleri della UTS Business School, University of Technology di Sidney  e altri suoi colleghi – potrebbe essere quello di etichettare il cibo secondo il grado di emissioni. La ricerca è stata pubblicata su Nature Climate Change del gennaio 2019, n 9. Ecco i risultati: intanto i consumatori sottostimano le emissioni di gas effetto serra durante la produzione e la distribuzione del cibo. In particolare normalmente non sanno che la produzione della carne è un vero spreco: per avere un kg di proteine animali ci vogliono 38 kg di proteine di origine vegetale. In sintesi la produzione di tutti i cibi a livello planetario  causa tra il 19 e il 29% di tutte le emissioni mondiali di GHG. E quindi produce tra i 6 e i 9 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. La conclusione: senza avere le informazioni necessarie il consumatore sceglie i cibi senza sapere quali sono quelli che emettono – per la loro preparazione – la maggior quantità di GHG. La ricerca quindi si propone di valutare se le etichette  che riportano le emissioni di GHG possono aiutare il consumatore a scegliere i cibi con minore carbon footprint. In effetti le etichette – se studiate in modo che siano di agevole e immediata lettura per esempio con delle strisce colorate in relazione al maggiore o minore grado di emissione di CO2 – sembrano lo strumento più pratico e funzionale allo scopo di informare correttamente il consumatore. Inoltre si trovano sulle confezioni e sul punto vendita cioè dove il consumatore fa la sua scelta. Vedremo allora nel prossimo numero le azioni che si possono svolgere per informare correttamente e in modo esauriente (ma anche immediato) il consumatore. (Segue)