Il reimpiego dei ricambi: un valore sociale da tutelare

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Uno dei punti fondamentali dell’Economia circolare, come sapete, è  il riuso. Qualche volta anzi abbastanza spesso problematico. In particolare per le auto. Qualche dato: in Italia vengono demoliti annualmente 1.064.000 veicoli (dato ACI 2017) pari a circa un milione di tonnellate.

Dal trattamento dei veicoli si ricavano quindi 100.000 tonnellate di ricambi riutilizzabili. Il loro valore è stimato in 100 milioni di euro l’anno. Mica poco. E’ proprio partendo da questo dato che il presidente dell’A.D.A. (Associazione nazionale Demolitori Autoveicoli),  Anselmo Calò, ha sostenuto – in un’audizione – l’inclusione dei ricambi auto usati nella Proposta di legge: VIGNAROLI ed altri: “Disposizioni per la disciplina e la promozione dell’attività di compravendita di beni usati, istituzione del Consorzio nazionale del riuso, nonché disposizioni per la formazione degli operatori del settore” (56).

Questa legge si propone evidentemente di regolamentare e promuovere un settore – quello del riuso – in rapido sviluppo che però abbisogna di regole certe per crescere in modo armonico e non distorto.   Secondo l’A.D.A.  – che associa centinaia di aziende demolitrici in tutta Italia – il valore sociale del re-impiego delle varie parti di un’auto demolita non è sufficientemente riconosciuto. Gli impianti di questi demolitori – che, per esempio,  hanno un vero e proprio codice che li induce a operare in un’ottica di sostenibilità – vengono per lo più identificati come quelli che si limitano a demolire i veicoli e avviare al riciclo i materiali ottenuti. Cioè in ultima analisi se ne lavano le mani. In realtà solo il 10% in peso di un veicolo rientra nella parte più virtuosa dell’economia circolare. Stiamo parlando del ‘riuso’ che è uno stato più alto del riciclo. Sembra una differenza sottile ma non lo è: c’è un passaggio sostanziale.  Infatti la seconda ipotesi evita che un dato ricambio venga fabbricato ex novo con relativo dispendio di energia. Per altro secondo le analisi svolte su un campione di 300 MUD (NDR – modello Unico di dichiarazione ambientale) di autodemolitori  ogni impianto di demolizione produce beni da reimpiego dal 7 al 15% del peso dei beni trattati. C’è anche da dire che l’attività di messa in sicurezza con cernita e montaggio dei materiali da destinare al riciclo sono la preparazione per il riutilizzo di quelle componenti dei veicoli che vengono smontate e destinate al riuso e cioè l’utilizzo per lo stesso uso per il quale erano state prodotte. E’ stato anche toccato il problema del codice ATECO 38.31.10 ‘Demolizione di carcasse’. Il codice non comprende la vendita dei ricambi derivanti dall’attività di demolizione. Pertanto la dicitura ‘Demolizione di carcasse’ andrebbe ampliata in ‘Demolizione di veicoli fuori uso, riutilizzo e vendita dei beni derivanti’.

Un altro tema di interesse per l’associazione è quello della registrazione delle transizioni. Queste dovrebbero essere tracciate anche per la sicurezza degli operatori. Per il presidente Calò il valore soglia dei beni usati ai quali si riferisce l’obbligo d’identificazione – da parte degli operatori dell’usato – dovrebbe essere pari a un valore minimo di 100 euro. Ciò per ogni singolo bene,  limitatamente ai danni causati dalla cessione e senza obbligo per la registrazione dei successivi acquirenti. Un po’ di burocrazia in meno non potrebbe che fare bene a tutte le parti in causa.