Adesso il climate change minaccia anche le Alpi.

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Una premessa. Un precedente articolo sul Climate Change (‘Se non ci svegliamo…’) che riprendeva un pezzo apparso su Time è stato molto apprezzato dai lettori. Allora ne proponiamo un altro (The Big Melt cioè il grande scioglimento) sulla stessa problematica, che riguarda un territorio montuoso che fa parte del nostro territorio: le Alpi. L’articolo di Jeffrey Kluger comincia osservando che la Terra ha impiegato molto tempo per creare le Alpi. Infatti la catena montana si sviluppò in un periodo stimato di 44 milioni di anni quando la placca tettonica africana cominciò spostarsi verso nord rompendo e sollevando la placca europea. I picchi così nati non smisero di crescere fino a 9 milioni di anni fa e ci sarebbero voluti milioni di anni ancora prima che i ghiacciai e la neve si sarebbero formati e stabilizzati sul posto. Sembrava una caratteristica definitiva e immutabile. E invece… Invece gli umani hanno avuto bisogno solo di un centinaio di anni per fare un pasticcio di tutto ciò. Il colpevole è ancora una volta il climate change che – dopo aver creato i danni più gravi sul livello del mare – ora mira più in alto. Infatti dal 1960 al 2017 la stagione della neve sulle Alpi si è accorciata fino a 38 giorni partendo in media 12 giorni più tardi e finendo 26 giorni prima del normale. Il livello al quale la neve permane si sposta sempre più in alto. Tutto ciò provoca delle cose terribili non solo minando la bellezza delle Alpi stesse ma anche danneggiando le attività alpine, in particolare quelle delle stazioni sciistiche. Un’industria colossale quella delle Alpi se si considera che genera 70 bilioni di dollari all’anno (NDR – negli US un billion equivale a mille milioni) e che il 44% di tutti gli sciatori scelgono le Alpi (certo non solo il nostro versante ma anche quello francese, austriaco etc). E pensare – per tornare a noi – che nel 2009 le Dolomiti erano state nominate patrimonio mondiale da parte della UNESCO (NdR:United Nations Educational,  Scientific and  Cultural Organization) per la loro bellezza, complessità geomorfologica e la loro importanza scientifica. Un fotografo italiano ha documentato questa trasformazione: si chiama Marco Zorzanello. Forse, se tutti sanno,  si può ancora fare qualcosa.